Pesche a febbraio. Clementine a luglio. Latte svedese in Abruzzo. Olio d’oliva turco in Lombardia. Ma quanto ci costa mangiare così, non solo in termini economici ma soprattutto ambientali? Ci costa tonnellate di carburante sparso nell’atmosfera.
Ecco allora che, contro l’inquinamento da trasporto di cibo, è nato un nuovo movimento, alla cui base c’è il consumo del cibo coltivato e trasformato dietro l’angolo. Fragole emiliane a Bologna, rape pugliesi a Bari, bistecche fiorentine a Firenze.
In inglese si chiama “locavore“, in italiano, più banalmente, alimentazione a km zero, anche se poi si tollerano fino a venti km di distanza dal luogo di produzione a quello di consumo: una corrente di pensiero (e di alimentazione) che fa sempre più adepti. Anche perché, diciamocela tutta, perché mai un siciliano dovrebbe preparare il suo pesto con del basilico ligure?





Alimentazione a km zero è una risposta sensata alla totale insensatezza del mercato alimentare